10 difficoltà per l’esplosivista

A seguito di una serie di esposti circa il pericolo che nel Ponte Morandi ci potesse essere una presenza preoccupante di amianto, siamo stati costretti, lo scrivente, Alberto Iacomussi della IpeProgetti e Michele Risso della Siag a rivedere un progetto che traeva le origini nel lontano 2003 quando interpellato da Autostrade Spa, produssi un progetto che prevedeva l’abbattimento del viadotto, tranne alcune campate, a ponente, per le quali contemplavo un sistema di taglio e alaggio. Il progetto di abbattimento vero e proprio, non presentava particolari criticità, poiché gli impalcati erano evidentemente sostenuti da pilastri e quindi annullando gli stessi si sarebbe ottenuto il collasso dell’intera struttura. Quello che cambiava, rispetto ad altri progetti di abbattimento, era la “scala” dimensionale del manufatto. Per rendersi conto delle dimensioni reali dell’opera non bastava vederla in televisione. Le antenne della struttura superavano i 90 metri di altezza. La lunghezza del viadotto era più di un chilometro.

Prima difficoltà: le dimensioni
I metri cubi da eliminare erano tanti e quindi anche le quantità di esplosivo da mettere in gioco erano “importanti”. Ma, mentre se si devono sbancare grandi masse di roccia ci si trova normalmente in cava o comunque in zone extraurbane, nel dover frantumare le pile imponenti del viadotto sul Polcevera, si doveva fare in conti con una realtà particolarmente complessa. Tutto ciò che si può immaginare come cautele, è stato preso in considerazione in fase progettuale e ad ogni elemento da salvaguardare si è trovata una contromisura. Basti pensare che oltre agli edifici presenti nell’area limitrofa al ponte, c’erano strutture autostradali da preservare, come la rampa elicoidale ed un viadotto della Milano Serravalle, poi, cavi dell’alta tensione e strade urbane. Ma grandi cautele andavano profuse ai sottoservizi, quali, acquedotti, elettrodotti, metanodotti, oleodotti, fognature, cavi di rete e fibra, binari, ecc. Per tutti i sottoservizi, perlopiù non “bypassabili”,  sono stati previsti e realizzati cumuli di materiale sciolto, sfruttando anche le esperienze del passato di Siag, quando nel 2002, proprio a Genova, furono demoliti i Silos Granari, facendo cadere “a rate” 10 conci di oltre 4000 tonnellate di cemento armato su un fragile molo. All’epoca fu possibile dimensionare scientificamente e verificare praticamente l’efficacia dei cumuli, quale mezzo di tutela dei sottoservizi e contro le vibrazioni indotte dalla caduta del manufatto.

Seconda difficoltà: ordine imperativo di mitigare polvere
Vista la possibile presenza di amianto, seppur irrisoria, oltre ai mezzi tradizionali impiegati per la riduzione delle polveri, ossia mega idranti e “cannon fog”, era necessario realizzare qualcosa di straordinario. Avevamo da subito previsto delle vasche d’acqua sopra gli impalcati che, durante il collasso delle strutture, riversassero acqua sulle macerie in fase di caduta. In Portogallo, in un recente passato, avevano sperimentato anche delle piscinette a terra messe attorno ai palazzi prima che venissero fatti cadere con gli esplosivi. I filmati disponibili sul web erano grezzi e non si percepiva l’esatta funzionalità e rendimento. Tuttavia, dovendo inventare, appunto, qualcosa di “straordinario”, decidemmo di effettuare alcuni test in una cava sopra Genova. Di colonne d’acqua, noi della Siag, ne abbiamo sollevate con l’esplosivo a centinaia durante la fabbricazione di valvole in acciaio.  Abbiamo quindi impostato le prove, sia con le famose piscinette, poi con alcuni fusti da 200 litri ed anche con una trincea scavata nel terreno.  Così dal 10 al 18 giugno sono state realizzate le prove di sollevamento acqua e, dopo qualche perfezionamento, ritenute le stesse soddisfacenti.  L’esito migliore è arrivato tramite l’uso delle trincee. Così si è deciso di adottare quel sistema. Invece di scavare nel terreno, si è opportunamente pensato di utilizzare i vecchi new jersey smontati dall’ex Ponte Morandi. Affiancandone due file e inserendo un telo di pvc all’interno si ottenevano quindi delle piscine oblunghe, mediamente con un metro di acqua al loro interno. Due file di jersey sono stati posizionati a terra ai lati del viadotto. Mentre una serie di vasche è stata costituita sopra le campate. A questo punto gli idranti (12) ebbero lo scopo di bagnare l’area di caduta del viadotto appena prima dell’abbattimento.
A queste aggiungemmo anche una miriade di sacche piene d’acqua, fissate sui pilastri in corrispondenza delle cariche esplosive.

Terza difficoltà: la necessità di tagliare gli stralli della Pila 11
Durante uno dei tanti sopralluoghi alla sommità della campata 11, si prese atto che gli stralli, raddoppiati nei primi anni 2000, erano stati ancorati ad una fondazione a ridosso di quella del viadotto della A7, l’altra autostrada di Genova Nord. In fase di caduta della campata 11, sarebbe stato possibile e probabile un dissesto del terreno con possibile compromissione dell’integrità dell’A7 stessa.  Diventava imperativo quindi tagliare di netto gli stralli nuovi prima che la pila 11 iniziasse a cadere. Peccato che questi stralli fossero tanti ed enormi. Ben 24 da 20 cm e 12 da 28 cm. Quindi, nessuna possibilità di usare esplosivi tradizionali. Bisognava ricorrere alle cariche cave. Da circa 20 anni ho rapporti personali e professionali con diversi corpi speciali dello Stato. Conosco bene le tecniche ed i materiali che si usano per “operazioni speciali”, sia nel campo delle irruzioni sia nel campo dei sabotaggi. In svariate occasioni ho offerto a questi Corpi speciali luoghi destinati alla demolizione dove testare dette tecniche. I molti casi, alle loro attività addestrative, si sono accompagnate risoluzioni a problemi miei di cantiere. Per gli stralli mi è quindi venuto in mente di rivolgermi al 9° Reggimento Col Moschin, che sapevo smanioso di misurarsi in questa gigantesca opera di “sabotaggio”.

Quarta e quinta difficoltà: la presenza vicina di infrastrutture “delicate”
Come detto a ridosso dell’ancoraggio degli stralli era ubicato un viadotto dell’autostrada A7. Il fatto di dover impiegare 30 kg di semtex su cariche esterne, rendeva possibile il propagarsi di un’onda di sovrappressione eccessiva verso quel viadotto ad una quindicina di metri dalle cariche esterne. Ma anche verso la rampa elicoidale, seppur poco più distante, ma con appoggi particolarmente “esili”.  Le cariche cave sono quindi state ricoperte da un multistrato di sacchi di sabbia ed acqua, come fece Siag in occasione dell’abbattimento del Ponte in ferro di Fiumara, sempre a Genova nel 2008.

Sesta difficoltà: la necessità dei detonatori elettronici
Dover sincronizzare il taglio degli stralli, per le cui cariche cave è indispensabile la simultaneità di attivazione, il collasso dei pilastri e le diverse fasi di innalzamento dei muri d’acqua mediante esplosivi, mi hanno indotto a reputare fondamentale l’impiego di detonatori elettronici, vista la loro versatilità nell’ottenere infiniti sfasamenti temporali. Purtroppo da quasi venti anni, in Italia, non erano più stati omologati. La Maxam, mostrando infinita disponibilità ed efficienza è riuscita a tempo record a ri-omologare l’ultima evoluzione tecnica degli inneschi. Ma il problema fu anche quello di superare tutte le altre pastoie burocratiche per farli arrivare in cantiere nei tempi imposti. Una gara contro il tempo che si è risolta, anche grazie alla collaborazione fattiva delle Forze Istituzionali genovesi proprio all’ultimo minuto utile. Una sfida, quella dei detonatori elettronici, sofferta e discussa ma che, alla fine, ha dimostrato tutto il valore di tale scelta.

Settima difficoltà: il caldo infernale
Si può erroneamente pensare che l’aver lavorato nell’ultima settimana di giugno, quella col record ventennale delle temperature, possa essere stato solo un problema per gli operatori impegnati nel posizionamento delle cariche. E’ stato oggettivamente terribile lavorare dalle 4.00 di mattina alle 23.00 di sera per tutti i giorni che hanno preceduto la grande volata, quando già alle 8.00 si registravano 30 gradi! In realtà il problema maggiore per l’esplosivista era valutare la cosa migliore da fare in merito alle cariche esplosive di dinamite. Una parte rilevante di questa era destinata ad integrare il lavoro della miccia detonante posta sul fondo delle vasche. La miccia detonante ha una guaina che la rende impermeabile. Ma un minimo graffio in detta guaina ne può comportare l’inertizzazione. Al di là delle cautele, quindi del loro posizionamento, si rendeva ottimale preparare il suo posizionamento all’esterno, confidando di inserirle in acqua il più tardi possibile. Ma dopo poche ore sotto il sole cocente, la dinamite abbinata iniziava a trasudare vistosamente. Tanto che ho deciso di inserire subito miccia e dinamite nell’acqua. Ho quindi applicato una ridondanza con la miccia per il problema dei possibili graffi sulla guaina. Ma restava un problema di non poco conto. Infatti la dinamite moderna ha una rilevante percentuale di nitrato d’ammonio che è risaputamente solubile. La dinamite non è uno slurry e nemmeno un’emulsione che sono più esplosivi più indicati per i lavori subacquei. Pertanto ho “immaginato” una perdita di efficacia della dinamite che è stata compensata da un incremento nella quantità della stessa.

Ottava difficoltà: le interferenze con altre maestranze
I detonatori elettronici si agganciano su quello che viene definito il “cavo madre”. E’ un cavo abbastanza delicato. Una minima sollecitazione meccanica ed il sistema informatico nota un’anomalia che va eliminata (soprattutto con un lavoro delicato come l’abbattimento del Ponte Morandi). Il lavoro del caricamento degli esplosivi, avvenuto perlopiù su piattaforme mobili, si incrociava spesso con le operazioni di posizionamento degli idranti e dei cannon fog con tutte le tubazioni relative. E’ quindi accaduto, ripetutamente, che il cavo madre venisse calpestato dai seppur attenti manovratori, con la necessità quindi di sostituire ampi tratti di cavo madre. Il timore di questi eventi si è protratto praticamente fino al momento di attivazione delle cariche…

Nona difficoltà: la corsa contro il tempo
Gli addetti al posizionamento dei materiali esplodenti sono stati 15. Di più ci si sarebbe intralciati a vicenda, dovendo comunque lavorare su piattaforme. L’arrivo tardivo dei detonatori ci ha obbligato a procedere col caricamento in quota per poi dover ritornare a posizionare le piattaforme per l’applicazione dei detonatori. Quindi è stato uno sforzo notevole fisico e mentale per tutti arrivare alla vigilia del brillamento con tutto pronto e testato.

Decima difficoltà: le pressioni, mediatiche e non
Mi si consenta questa riflessione personale. L’operazione di demolizione dell’intero viadotto è stata seguita minuto per minuto dai media nazionali ed esteri. L’ATI ha sempre dovuto lavorare con un’attenzione spasmodica per evitare che anche un solo operatore si rompesse un’unghia. Ogni minimo intralcio sarebbe stato massimizzato a livello mediatico. E’ stata quindi richiesta una professionalità generale non comune. Ma, mentre una sbavatura durante i lunghi mesi di smontaggio meccanico delle campate di ponente poteva passare in secondo piano, la fase più vistosa, ossia l’abbattimento esplosivo, trasmessa in “mondo visione” grazie alle postazioni fisse della CNN e della BBC, non dava certo spazio ad imprevisti. Tutti i diretti protagonisti della fase di progettazione erano quindi sottoposti a un notevole carico di attenzione. Lo scrivente poi, dato il mio lavoro, oggetto di curiosità mediatica, è stato anche particolarmente preso come indegno capostipite dell’evento. Nonostante un silenzio stampa imposto fino alla fine dell’operazione del 28 giugno, alla vigilia dell’evento un quotidiano mi attribuiva anche una “smargiassata” inopportuna… Lascio quindi immaginare al lettore quale effetti avrebbero potuto avere qualsiasi imprevisto, come il mancato funzionamento dei detonatori elettronici dovuti ad un ultimo e tardivo “pestone “ del cavo madre, oppure al mancato sollevamento d’acqua per inertizzazione delle micce, oppure un danno alle infrastrutture limitrofe o al lancio incontrollato di detriti sui tetti delle case dovuto ad un errato dimensionamento delle cariche esplosivi, etc. etc.

L’evento
Si sono quindi realizzate 4 macro fasi principali da mettere in sequenza: per la Campata 11, la fase 1 ha previsto il taglio degli stralli mediante cariche esplosive direzionali, fornite ed installate dal 9° Rgt “Col Moschin” dell’Esercito Italiano. La fase 2, comune sia alla Pila 10 che alla 11, ha previsto invece l’elevazione di un muro d’acqua in quota. Attraverso una vasca lunga come le intere campate, cariche esplosive calibrate hanno sollevato l’acqua ad una altezza di circa 40 metri. Questa ha iniziato a cadere prima dell’attivazione della fase 3, mediante pioggia intensa. La fase 3 è stata quella che si è occupata dell’annullamento delle strutture portanti di entrambe le campate, ossia i pilastri di mensola e le cosiddette “antenne” ovvero i pilastri che reggevano gli stralli. Il tutto sequenziato con ulteriori sfasamenti delle cariche. Ciò doveva avvenire con cariche esplosive di tipo tradizionale, ossia candelotti di dinamite di diversi diametri, inseriti in fori praticati precedentemente nel cemento armato. In circa mezzo secondo si sono annullati gli appoggi e gli impalcati hanno iniziato la fase di collasso, frazionandosi compostamente prima dell’impatto al suolo. Per attutire la caduta il terreno sottostante è stato coperto di materiale inerte rivestito di tessuto. Durante la fase 3 sopradescritta, si è attivata la fase 4, che ha previsto l’innalzamento di muri d’acqua, alti anch’essi circa 40 metri, ai lati di entrambe le campate. Tali muri, sempre azionati da cariche esplosive, hanno costituito un vero e proprio filtro laterale per la totalità delle polveri generate dalla caduta dei manufatti, raccordandosi con la pioggia artificiale in caduta, costituendo quindi un “tunnel” d’acqua. Tutte le fasi descritte si sono sviluppate nell’arco complessivo di circa 4 secondi, utilizzando circa 400 inneschi elettronici, oltre 680 kg di dinamite, 30 kg di cariche cave di Semtex e circa 5000 metri di miccia detonante per i pilastri e le vasche.

Conclusioni
L’operazione si è svolta esattamente come previsto e progettata. La struttura si è compostamente adagiata al suolo sviluppando onde vibratorie con picchi sempre inferiori ai 20 mm/s, registrati da una rete di 20 sismometri posti attorno al manufatto. Le polveri hanno assorbito così tanta acqua da rimanere nell’area di cantiere. Le centraline di rilevamento delle polveri non hanno dato esiti apprezzabili o discutibili. L’onda di sovrappressione misurata è risultata innocua alle infrastrutture autostradali.  Un mio ringraziamento particolare va dato al monumentale supporto fornito dalla Impresa Omini Spa di Milano, dagli altri partners dell’ATI, la Fagioli Spa di S.Ilario d’Enza, la IREOS di Genova e la già menzionata IpeProgetti di Torino. Inoltre un grazie alla Dolomiti Rocce di Belluno per l’ottima realizzazione dei fori propedeutici in quota. Un abbraccio fraterno agli uomini del 9° RGT Col Moschin ed agli Artificieri del Nucleo Antisabotaggio della Polizia di Stato di Genova. Infine un plauso speciale alla Prefettura, alla Questura, alla Struttura Commissariale ed alla Protezione Civile di Genova per la perfetta esecuzione dell’imponente servizio d’ordine realizzato durante le fasi di esecuzione dell’operazione.

 

I  detonatori MAXAM
MAXAM è stata coinvolta nelle operazioni di demolizione del Ponte Morandi in quanto detentrice dell’unica tecnologia utilizzabile in situazioni caratterizzate da complessità e dimensioni quali quelle della struttura interessata.  MAXAM, unica compagnia Italiana autorizzata ad importare ed utilizzare detonatori ad attivazione elettronica, ha reso disponibile tale tecnologia, indispensabile dato che, coi sistemi convenzionali, le attività di demolizione con esplosivo della struttura, tanto estesa quanto sensibile, sarebbero state oltremodo pericolose e complicate. Le operazioni hanno coinvolto due tecnici specializzati, i sigg.ri Pedro Fontan (Maxam Spagna) e Wojciech Chochulski (Maxam Polonia), coordinati da Alberto Valt, Manager del Servizio Tecnico Italiano.  MAXAM ha avuto il delicato compito di programmare, collegare, verificare e procedere all’innesco dei 337 detonatori RIOTRONIC X utilizzati nella demolizione.  Le operazioni hanno richiesto due giorni di lavoro durante i quali, MAXAM, coordinandosi coi fochini SIAG e coi militari del IX Col Moschin, ha proceduto alla programmazione e collegamento (con oltre 4 km di linea) delle cariche.
Dopo tre controlli eseguiti sia su ciascuno dei 5 sub-circuiti, sia sul circuito generale, il 28 Giugno, gli operatori hanno attivato e quindi innescato i detonatori. Il risultato dell’operazione è, senza alcun dubbio, ancora nella memoria di tutti gli italiani.
Il Sistema RIOTRONIC X è composto da 3 elementi:
Il detonatore RIOTRONIC X – composto da un microchip programmabile con intervalli di ritardo modulabili da 1 a 14.000 millisecondi da un condensatore interno, capace di fornire l’impulso necessario all’attivazione dello stesso e da una carica di 1g di esplosivo. Il detonatore viene collegato tramite un connettore appositamente studiato per collegarsi alla BUS LINE (linea di tiro).
Il LOGGER RIOTRONIC X – consistente in un palmare capace di programmare i detonatori, creare e nominare circuiti e testare il funzionamento, a collegamento avvenuto, di ogni singolo detonatore facente parte del circuito.
IL BLASTER RIOTRONIC X – l’attore finale del sistema. È di fatto l’esploditore, lo strumento necessario a lanciare l’impulso alfanumerico a bassa tensione che attiva i detonatori. Il BLASTER è altresì in grado di testare la linea, individuare (nominalmente) detonatori non funzionanti, non collegati o non programmati e procedere alla riprogrammazione degli stessi.