Rottami metallici
In Italia, il riciclo dei rottami metallici riveste un ruolo strategico nella produzione nazionale di metalli, rappresentando tra il 75% e l’85% del totale. L’intera siderurgia italiana, infatti, si basa quasi esclusivamente su metalli di recupero, mentre i pochi altiforni ancora alimentati da materia prima vergine sono stati in gran parte chiusi o sono in fase di dismissione. Tra quelli ancora operativi, come nel caso di Taranto, la produzione rimane comunque limitata.
I metalli recuperati provengono da fonti diverse, tra cui autodemolizioni, isole ecologiche, scarti manifatturieri e, in misura crescente, le scorie da termovalorizzazione, la cui produzione annua si aggira intorno a 1.200.000 tonnellate. Tra i materiali più richiesti dal mercato figurano acciaio, ferro e relative leghe, leghe di alluminio e leghe di rame, mentre il contributo degli imballaggi metallici al riciclo complessivo rimane più contenuto.
Sul piano normativo, gli obiettivi di riciclo per i metalli derivano principalmente dal D.Lgs. n. 152/2006, che fissa target specifici per i rifiuti di imballaggio: il 70% per l’acciaio e il 50% per l’alluminio. Per facilitare il raggiungimento di questi obiettivi, sono stati introdotti strumenti di responsabilità estesa del produttore (EPR), applicabili sia agli imballaggi metallici sia ai RAEE, che contengono quantità significative di metalli e rappresentano una fonte preziosa di materia seconda.
Nonostante ciò, il quadro normativo nazionale non prevede ancora obblighi generalizzati sul contenuto minimo di materiale riciclato nei nuovi prodotti. Alcuni CAM (Criteri Ambientali Minimi) prevedono però già l’impiego di metalli riciclati, segnalando un primo orientamento del mercato verso pratiche di economia circolare.
A livello europeo, alcune categorie di rottami metallici sono regolate da Regolamenti End of Waste (EoW): il ferro, l’acciaio e l’alluminio rientrano nel Regolamento UE n. 333/2011, mentre il rame è disciplinato dal Regolamento UE n. 715/2013. Tuttavia, la cosiddetta procedura semplificata per il recupero dei rottami metallici, prevista dal Decreto 5 febbraio 1998, risulta oggi poco coerente con le esigenze industriali: gli investimenti necessari per gli impianti di piccole dimensioni sono elevati, rendendoli spesso economicamente insostenibili.
In questo contesto, il mercato dei rottami metallici rimane fortemente globalizzato e dinamico.
Limitare le importazioni non è al momento realistico, poiché l’Italia non dispone di volumi sufficienti di metalli riciclati per sostituire il materiale importato, se non ricorrendo alla materia prima vergine, il cui utilizzo comporta costi economici e impatti ambientali significativamente più alti.
Policy e criticità di sistema
A livello europeo si sta affermando con sempre maggiore evidenza una logica di chiusura dei cicli produttivi su base nazionale. Diversi Stati membri, tra cui Francia, Germania, Spagna e Regno Unito, stanno infatti strutturando regolamentazioni e strategie finalizzate a trattenere all’interno dei propri confini il più possibile i materiali recuperabili, facendo leva su una autosufficienza impiantistica che l’Italia, al momento, non possiede.
Questo divario emerge chiaramente anche nel caso delle scorie da incenerimento. In Paesi come Belgio e Paesi Bassi, tali material, così come alcune frazioni inerte o inertoidi, vengono spesso classificati come sottoprodotti e non come rifiuti, con conseguenti vantaggi in termini di gestione e valorizzazione.
In Italia, al contrario, permangono rigidità normative e carenze impiantistiche che penalizzano la competitività del sistema. Un esempio significativo è rappresentato dalle plastiche non recuperabili, come il fluff derivante dalla demolizione degli autoveicoli: la mancanza di una filiera strutturata per la loro combustione e valorizzazione energetica riduce l’efficienza complessiva del sistema, compromette il raggiungimento di alcuni target, come quello di recupero degli ELV (End of Life Vehicles), ed espone il Paese al rischio di sanzioni. Anche il confronto europeo sul piano della termovalorizzazione è indicativo: in Italia si contano 38 termovalorizzatori, mentre in Germania e Francia, a parità di popolazione, gli impianti sono circa 120. Un dato che evidenzia con chiarezza il ritardo infrastrutturale nazionale.
Un altro nodo cruciale riguarda la distinzione tra rifiuti urbani e rifiuti speciali. Se da un lato si tende spesso a considerare la gestione del rifiuto urbano come un tema ormai sostanzialmente risolto, dall’altro resta il fatto che una parte importante dei materiali non riciclabili né ulteriormente recuperabili continua a essere spedita all’estero, con costi economici e ambientali rilevanti. Per questo motivo, sarebbe auspicabile un cambio di paradigma capace di rendere le filiere più autosufficienti, riducendo la dipendenza dai mercati esteri anche per quei trattamenti che, se correttamente gestiti, potrebbero trasformarsi in una risorsa energetica. Ciò richiederebbe però una visione politica più pragmatica, oggi spesso assente, e una maggiore disponibilità a sostenere infrastrutture indispensabili per rendere davvero più sostenibile il ciclo dei rifiuti. Anche perché una quota di scarti non ulteriormente valorizzabili continuerà inevitabilmente a esistere e dovrà essere gestita attraverso discarica o termovalorizzazione.
Prezzi e valore del materiale riciclato
Il confronto tra materiali vergini e materiali riciclati non può essere affrontato in modo semplicistico, né esclusivamente sul piano del prezzo. I due materiali, infatti, presentano caratteristiche tecniche e destinazioni d’uso differenti. Ad esempio, attraverso l’altoforno si produce ghisa, mentre l’acciaieria di seconda fusione consente di ottenere acciaio. Analogamente, dall’alluminio vergine è possibile ricavare alcune leghe che non sempre sono ottenibili a partire da alluminio recuperato.
Ciò non toglie che il materiale riciclato svolga un ruolo strategico e insostituibile. Pur garantendo in alcuni casi un numero più limitato di applicazioni, esso consente infatti di ridurre in modo molto significativo l’impronta ambientale dei processi produttivi.
In questo senso, il valore del materiale non va misurato soltanto in termini economici, ma anche rispetto al suo beneficio ambientale. In linea generale, il materiale vergine ha un costo maggiore ma offre una maggiore versatilità applicativa; il materiale riciclato, invece, pur con alcuni limiti, consente un risparmio economico e ambientale imprescindibile per numerose produzioni.
Possibili sviluppi
Per rimanere competitivi e al passo con l’evoluzione tecnologica, gli impianti di trattamento devono investire in modo continuo sia in ricerca e sviluppo sia in tecnologie impiantistiche avanzate. L’obiettivo è duplice: aumentare sia la quantità sia la qualità dei materiali recuperati. Questo processo, tuttavia, comporta inevitabilmente anche una selezione del mercato, favorendo i player in grado di sostenere investimenti consistenti e rendendo più difficile la sopravvivenza degli operatori di dimensioni minori. Parallelamente, appare sempre più necessario ridurre l’esportazione di materiali che in Italia continuano a essere percepiti come un problema, mentre in altri Paesi vengono trasformati in una risorsa economica e industriale. Per farlo, occorre creare condizioni favorevoli sul territorio nazionale, a partire da una semplificazione e accelerazione dei processi autorizzativi, che dovrebbero essere maggiormente calibrati sulle reali esigenze impiantistiche dei territori. Infine, con riferimento ai decreti End of Waste, sarebbe opportuno superare l’attuale centralità dei test di cessione, sostituendoli con i saggi di ecotossicità, ritenuti più rappresentativi della reale pericolosità dei materiali per gli ecosistemi. Il tema è particolarmente rilevante anche perché, paradossalmente, per i materiali riciclati si applicano oggi in molti casi criteri più restrittivi rispetto a quelli previsti per i materiali vergini. Non è escluso, anzi, che alcuni materiali vergini faticherebbero essi stessi a superare gli attuali test di cessione.
Tra le priorità più urgenti per rafforzare la filiera del riciclo dei metalli emergono alcune direttrici chiare:
• trattenere in Italia una quota maggiore di rifiuti oggi esportati per mancanza di impianti adeguati;
• snellire la macchina amministrativa, garantendo il rispetto delle tempistiche autorizzative previste;
• investire in programmi di ricerca e sviluppo, anche attraverso collaborazioni strutturate con università e centri di ricerca.
Tratto da “L’Italia che Ricicla 2025” realizzato da “AssoAmbiente – Associazione Imprese Servizi Ambientali ed Economia Circolare ”, in collaborazione con “REF Ricerche“ e il patrocinio del “Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica”, di “ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale” e “SNPA Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente”.







